Categoria: Poesia e scrittura Data pubblicazione Scritto da Leandro Salvia Visite: 387
SERAFINA SPATAFORA
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di SERAFINA SPATAFORA
Vivo in una casa che si affaccia sul porto. Ci vivo da sempre. Del calore del sole, del colore del cielo e del sapore del mare sono fatti i miei ricordi di bambina. Navi che partivano all'alba e tornavano al tramonto, annunciate dalle sirene. Qualcuna non ha più fatto ritorno. Anche mio padre, un giorno nero come la pece, non ritornò.
Disse quel giorno mia madre.
È vero, ero troppo piccola per capire, ma diventai grande di colpo. Così fini la mia infanzia, troppo presto, ed è sempre stato questo il mio più grande rimpianto.
Mia madre si spense piano piano, come una candela, nell'attesa del suo uomo. Lo amò così tanto da non avere più posto per nessuno nel suo cuore, neanche per me. Io, figlia dimenticata, sono cresciuta con un rancore sordo nel cuore che ha distrutto ogni sentimento nei suoi confronti. Ho avuto le carezze del vento, l'abbraccio del mare, il bacio del sole al mattino. Mai le sue labbra si posarono sul mio viso. Madre non ho avuto, ed io figlia non sono stata. Quando è morta non ho pianto, avevo esaurito le mia lacrime quando piangevo per il suo abbandono.
Di mio padre conservo il ricordo di un uomo grande che mi solleva da terra e mi lancia verso il cielo; io volavo, urlavo di gioia e lui era li, pronto ad accogliermi tra le sue braccia. In questa immagine trovo conforto, perché so che lui mi ha amata.
Le navi nel porto arrivano e poi ripartono, le conosco, ne ho viste tante, riempiono la mia grande solitudine. Mi nutro del silenzio; la sua voce mi riporta ricordi e sensazioni ormai perdute. In esso percepisco l'essenza della mia anima ferita. Il silenzio mi parla ed unico amico comprende la mia infelicità . Anche l'odore del porto mi fa compagnia. La salsedine che incrosta le inferriate mi fa capire che il tempo scorre, come questa vita che ormai mi sembra inutile.
Ho conosciuto l'amore, la felicità , poi, come se il destino volesse punirmi, è arrivata la solitudine e lo sconforto. Se c'è un Dio, credo abbia altro da fare che occuparsi di ciò che succede su questa terra. Ho sempre cercato un segno della sua presenza, purtroppo non l'ho mai trovato.
La mia felicità giunse un giorno dal mare, aveva le sembianze di un uomo alto e fiero; lo identificai da subito in un guerriero vichingo. Mi fece conoscere il mondo, mi portò con se ovunque mi potesse condurre la sua mano grande e rassicurante.
Quando la malattia deteriorò il suo corpo, diventai parte di lui. Quando attaccò anche la sua mente fui costretta ad entrare in lui e pensare per lui. Quando un giorno guardò con sguardo spento al mare, compresi di averlo perso per sempre. Ho lasciato le sue cose al loro posto, le curo come se dovesse tornare da un momento all'altro. Avrei voluto che tutto rimanesse come il giorno in cui vide per l'ultima volta nascere il sole per poi morire con lui al tramonto.
Il tempo ha cambiato ogni cosa. Il quartiere dove ho sempre vissuto si è svuotato e le case piano piano si sgretolano in un degrado inesorabile. Le scrostature delle facciate mettono a nudo i ferri arrugginiti delle strutture e, come ferite infette, si allargano perché nessuno si prende cura di loro. I tetti con le tegole rotte e le grondaie ricoperte di erbe infestanti sono diventati regno dei piccioni. I vasi sui davanzali delle finestre, non più colmi di fiori, sono pieni di ortiche. Le porte, che i vecchi proprietari avevano sprangato prima di andare via, sono state divelte dai disperati in cerca di un rifugio per la notte; i randagi fanno loro compagnia. In mezzo a tutto questo io cerco di sopravvivere e ormai niente mi fa più paura.
Finché me lo hanno permesso ho guardato il mare, quel mare che ormai dalla mia finestra non si vede più; lo hanno imprigionato dietro un muro alto e grigio. Tutto è cominciato quando dall'Est sono arrivati i primi clandestini; gente disperata in cerca di un futuro, di una vita migliore. I primi sono giunti senza fare troppo rumore, nascosti dentro i tir che trasportano merci verso il nord; nessuno faceva caso a loro. Ma quando qualcuno si è reso conto che quello sarebbe stato un buon affare, i pochi disperati sono diventati tanti. Chi ha i soldi per pagare viene stipato nei camion, dietro gli scatoloni delle merci, quasi senza aria e senza potersi muovere. Pagano per un viaggio spesso senza arrivo né ritorno. Quelli che, più disgraziati dei disgraziati, non hanno la possibilità di pagare, si nascondono sotto la pancia dei camion o si aggrappano alle ruote dei rimorchi. Inseguono un sogno, il miraggio di quel benessere riservato a pochi. Ma per raggiungerlo non basta attaccarsi ai camion o nascondersi dentro le celle frigorifero, bisogna riuscire ad entrare nel porto per imbarcarsi su una delle tante navi che vanno verso il nord ricco e felice. Il porto, una volta zona franca, oggi è un luogo inaccessibile con quel muro alto e ostile che lo separa dal resto della città .
La scena è sempre la stessa. I camion arrivano, le guardie controllano; a volte non vedono o fanno finta di non vedere. I clandestini che vengono scoperti scappano. Qualcuno riesce a sgattaiolare dentro il porto e allora è fatta. Gli altri vanno a nascondersi nei dintorni per poi ricomparire e cercare di scavalcare quel muro nemico. Le navi partono e in molti restano, respinti da un mondo che li rinnega. Figli di nessuno vagano in compagnia della loro disperazione. Eppure, nonostante tutto, qualche volta, nel silenzio della notte li sento ridere, perché la giovinezza è la loro grande forza.
E anche oggi, un giorno come tanti, mi affaccio alla finestra ed è sempre la stessa scena. Sotto uno dei tir in attesa di entrare nel porto noto tra le ruote posteriori del rimorchio qualcosa che si muove. È un ragazzo. Anche un poliziotto panciuto lo vede e impugnato il manganello si avvicina al camion. Prima si abbassa e guarda, poi si alza e urla: Spazientito comincia a battere con il manganello sulle ruote e continua ad urlare:
Il ragazzo sta rannicchiato come dentro a un bozzolo e cerca di resistere. Il poliziotto, spazientito, gli tira un calcio. Un gemito di dolore, poi il silenzio. L'agente si distrae per chiamare rinforzi ed è in quell'istante che il ragazzo si lascia cadere e scappa; una fuga breve che termina tra le braccia di un altro poliziotto. Ma non si rassegna, come un animale preso in trappola urla, scalcia, cerca di mordere le mani dei poliziotti e alla fine riesce a liberarsi e fuggire. Una corsa per la vita mentre io faccio il tifo per lui.
È venuto a nascondersi dietro un cespuglio di more, proprio di fronte casa mia. Attraverso le spine incrocio i suoi occhi. Occhi di paura i suoi, rossi dalla stanchezza, bagnati di lacrime, imploranti aiuto. I miei, occhi di comprensione e di solidarietà verso quell'essere che sento mio fratello. A gesti gli dico: Perché vedo i poliziotti che si avvicinano verso di lui. Guardano, scrutano in ogni angolo, poi si allontanano.
Vorrei dirgli. Si, dirgli questo. Ma in che lingua? Con quali parole? Avrà paura di me? Io non ho paura di lui. Mentre i poliziotti si allontanano in attesa della prossima carica di disperati, io annaffio le mie piante sul balcone. Il basilico sembra essere cresciuto di colpo. Prima di rientrare lancio un'ultima occhiata al cespuglio di more; una maglietta sdrucita si muove tra i rami. Il ragazzo è ancora li. Entro in casa, mi dirigo verso il frigorifero per bere un po' d'acqua e mi rendo conto che ci sono solo due bottiglie d'acqua, mezzo litro di latte e un uovo che sta li non so da quanto tempo. dico ad alta voce. Sono anni che parlo da sola, mi interrogo e mi rispondo, mi rimprovero e mi rassicuro. Qualche volta mi maledico.
Prima che faccia buio devo comprare qualcosa per il mio frigorifero triste. Prendo una bottiglia d'acqua e dalla credenza un pezzo di pane raffermo. si è raccomandato il mio dottore, ed io che sono una paziente fin troppo diligente, seguo alla lettera le sue raccomandazioni e spesso dimentico di mangiarlo. Il pane rimane nel cassetto per giorni, quando poi me ne ricordo diventa cibo per i piccioni che si posano sul mio davanzale.
Recupero dal ripostiglio il carrellino per la spesa e penso al dottore. Già , se non ci penso io. Esco e lascio la porta socchiusa. Passo vicino al cespuglio di more, do un'occhiata: il ragazzo è ancora lì. Lascio scivolare tra i rami la bottiglia e il pezzo di pane. Non guardo. Dal fruscio dei rami capisco che li ha presi. Sono contenta. Le mie labbra si schiudono in un sorriso; erano anni che non mi succedeva.
Faccio la spesa nell'unico negozio rimasto aperto nel quartiere, anche se definirlo negozio forse è riduttivo visto che negli anni si è trasformato in un vero e proprio bazar. Il banco degli alimentari è situato in un angolo appartato e tutto intorno scaffali pieni di ogni genere di mercanzia. Dal cotone ai bottoni, alla lana, alle scope, agli utensili per il fai da te e per la pesca. Fuori, davanti alla vetrina, sono appesi stivali di gomma e reti da pescatori, giocattoli, tra cui un cavallo a dondolo che aspetta silenzioso un bambino che abbia voglia di cavalcarlo. Il proprietario è un vecchio amico e se è rimasto lo ha fatto non certo per amore di guadagno. Ci conosciamo da sempre e da sempre condividiamo l'amore per questo posto.
gli dico. Mi chiede.
Sulla strada del ritorno, mentre il sole del tramonto va a nascondersi dietro una nuvola grigia che si colora di arancio, il cigolio delle ruote del carrello, che mi segue come un cagnolino al guinzaglio, mi sembra musica. Ripasso davanti al cespuglio di more. La maglietta sdrucita si muove impaziente tra i rami. Gli faccio segno con la mano di seguirmi. Entro in casa, lascio la porta aperta e senza voltarmi vado in cucina a riporre la spesa. Sento la porta che si chiude e passi leggeri dirigersi verso di me. Mi giro e un ragazzo bruno con la maglietta a righe mi guarda stupito.
Se mia madre fosse ancora viva mi direbbe che sono una pazza. La sua voce mi fa eco nelle orecchie: Per un attimo ho percepito la sua presenza.
Provo un'angoscia antica, che subito svanisce e mi fa sentire libera. I genitori ci mettono al mondo e anche quando non sono più con noi continuano a vivere in noi, presenze gradite o sgradite che siano. Un brivido mi scuote la schiena; ritorno alla realtà .
Il ragazzo è sempre fermo davanti a me e mi fissa. gli dico. Non capisce, non importa. Il linguaggio universale dei gesti ci permetterà di comunicare lo stesso. Prendo una sedia, gliela porgo, si siede e mi dice: Dice altre parole per me incomprensibili, poi mi guarda e ammutolisce. Gli sorrido. Abbassa gli occhi. Forse se conoscessi l'inglese potremmo comunicare; ma l'inglese chi lo parla? Lui, figlio del suo tempo, di sicuro qualche parola la conosce, io, figlia di un tempo ormai perduto, non sono mai riuscita ad imparare. Lo guardo negli occhi, credo di avergli messo soggezione. Se non fosse per il colore olivastro della pelle e per gli occhi un po a mandorla, di un nero corvino tipici della sua gente, potrebbe essere un qualunque ragazzo di un qualunque paese del mondo. Indossa jeans, scarpe da tennis e una maglietta con su scritto "LIVERPOOL". Ecco, la globalizzazione. Non avrà più di sedici anni. Ha le mani sporche e piene di graffi. Si accorge che le sto fissando; le ritrae e le nasconde tra le ginocchia, come a volersi proteggere. Ora che faccio? Sto tutto il giorno a fissarlo? Non credo serva. Piuttosto, ha bisogno di lavarsi. Gli faccio cenno di alzarsi, mi segue. Ci incamminiamo fianco a fianco verso il bagno. Sento l'odore della sua pelle, è aspro e forte, è l'odore della sua gente, della sua terra. Un odore che nessuna globalizzazione potrà mai cancellare.
Apro la porta del bagno, entro, tiro fuori dall'armadietto tutto ciò che serve. Prendo l'accappatoio che era stato dell'uomo di casa e senza gelosia alcuna glielo porgo. Pensavo che mai a nessuno avrei permesso di toccare le sue cose, di usarle. Mi sbagliavo. Esco dal bagno e mi chiudo la porta alle spalle. Sento lo scroscio dell'acqua; chissà che non porti via un po' della sua sofferenza. Apro l'armadio dove custodisco gli abiti di mio marito; c'è un odore di muschio e di antico che mi riporta a ricordi lontani, dolci e amari. Sento la sua mano tra i capelli, il calore delle sue labbra sul mio viso. Sono trascorsi anni, secoli e lui è ancora con me. Ora asciugo lacrime consolatorie che hanno il sapore del sale. Chiuso in bagno c'è un ragazzo che ha bisogno del mio aiuto.
Recupero dal cassetto un paio di calze, una maglietta e le mutande; pantaloni dovrà rimettersi i suoi, quelli che ho trovato gli starebbero troppo grandi. Busso alla porta del bagno, che subito si apre. Lui, perso nell'accappatoio troppo grande sembra ancora più bambino. Gli porgo la biancheria e mi allontano per preparare la cena. Guardo tutto con occhi diversi e, come quando si torna da un viaggio, casa mia mi sembra più grande e più accogliente. Non so nulla di questo ragazzo, eppure non ho paura. Si sente di persone anziane picchiate e derubate. Ci dicono di essere prudenti, di non fidarci. Sono un'imprudente e va bene così.
Apparecchio per due. La padella sul fuoco accoglie due bistecche rosse che appena toccano il ferro caldo inondano la casa di profumo d'arrosto. Controllo che sulla tavola ci sia tutto. La minestra calda è già nel piatto e le bistecche sono pronte. Gli dico.
Si siede, alza le braccia e allarga le mani, chiude gli occhi in segno di raccoglimento e sottovoce pronuncia parole per me incomprensibili. Credo stia pregando. Da bambina lo facevo anch'io, mi facevo il segno della croce e ringraziavo Dio per il cibo che mi concedeva. Non ho più ringraziato niente e nessuno, né per quello che ho avuto né per quello che ho. Lui, che non ha niente, ringrazia. Ma di cosa ringrazi, vorrei dirgli. Perché ringrazi Dio se ti ha dato solo miseria e disperazione? Perché lo ringrazi quando ti costringe a lasciare la tua terra, i tuoi affetti? Da lontano mi giunge il lamento di una madre per quel figlio forse perso per sempre. Ed io, madre di un figlio mai nato, morto ancor prima di nascere, che ha avuto per culla e per tomba il mio ventre, adesso vivo la sua tragedia e condivido la sua disperazione. Perché Dio non mi ha concesso un'altra occasione? Perché non mi ha dato un altro figlio? Perché non mi ha permesso di essere madre? Però, se mai quel Dio dovesse esistere, lo ringrazio di avermi concesso di amare quel figlio già prima che nascesse. Mi sorprendo a piangere per un dolore mai sopito. Mi dice il ragazzo e mi porge un tovagliolo per asciugarmi il viso. Il titolo di una vecchia canzone mi torna alla mente; capisco che mi dice di non piangere. Mi sorride. Mangiamo in silenzio. Finita la cena mi siedo stanca sulla mia vecchia poltrona. Avrei tante cose da dirgli, e forse anche lui vorrebbe dirmi qualcosa, ma come? Ci guardiamo negli occhi e capisco che i nostri silenzi sono più loquaci di mille parole. Ora ha lo sguardo sereno quel ragazzo giunto da lontano, venuto da chissà dove. Ha gli occhi pieni di speranza nel futuro e di fiducia in quel Dio che egli crede non l'abbandonerà mai.
I rintocchi del campanile ci dicono che è mezzanotte. Lui va verso la finestra, guarda fuori, sente le voci dei suoi compagni e senza voltarsi mi dice: Capisco che vuole andar via, comprendo il suo desiderio di riunirsi ai compagni per continuare ad inseguire il suo sogno. Prendo gli avanzi della cena, ne faccio un fagotto e mentre glielo porgo sfioro le sue mani e lui stringe le mie in segno di gratitudine. Ha già aperto la porta quando si gira e mi dice: Poi va via. Si allontana correndo, fino a perdersi nel buio della notte.
Richiudo la porta per tornare alla mia solitudine che non è più la stessa. Capisco di aver creduto, peccando di presunzione, di poter fare a meno del mondo, degli altri e di Dio. Ora so che non è così, che per vivere bisogna condividere anche il proprio dolore. Nella sofferenza di quel ragazzo ho rivissuto le mie sofferenze. Nel suo dolore c'era il dolore del mondo, nella sua speranza quella di un'intera umanità . In lui ho incontrato quel Dio che è il Dio di ogni uomo, che da sempre vive in me ma del quale non avevo consapevolezza. Ora so di non essere più sola, che la mia vita avrà di nuovo un senso, perché nessuna vita e nessuna età vanno sprecate. Mi affaccio alla finestra e so che domani qualcuno avrà bisogno di me, che la mia porta non resterà mai chiusa come aperto sarà il mio cuore.
Anche domani le navi nel porto continueranno ad arrivare e a ripartire ma io non sarò più sola.
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