Sull'omicidio Romeo l'ombra di un nuovo boss dello Jato PDF Stampa E-mail
Giovedì 14 Gennaio 2010 14:47

omicidio_romeoAgguato nel corleonese. Nicolò Romeo, imprenditore 72enne, è stato assassinato lungo la strada provinciale tra Corleone e San Cipirello. Secondo la ricostruzione dei carabinieri della compagnia di Monreale, i sicari l’hanno affiancato mentre era alla guida della sua macchina e hanno aperto il fuoco. L’auto è finita prima contro un palo della Telecom, poi contro la parete di un’abitazione rurale.

I killer hanno usato un fucile: i colpi, esplosi a bruciapelo, hanno completamente devastato il volto dell’uomo. A segnalare la presenza del cadavere all’interno del veicolo una telefonata anonima ai carabinieri.

Secondo gli inquirenti sull'omicidio Romeo potrebbe esserci l'ombra di chi  starebbe tentando di affermare la propria leadership criminale nel territorio della Valle dello Jato.

 Finora è solo  un'ipotesi. La tesi troverebbe, però, delle prime conferme nelle dichiarzioni di alcuni pentiti di mafia. In pratica - fra Altofonte, San Giuseppe Jato, San Cipirello e Corleone -  sarebbe già cominciato il "dopo Raccuglia". Il boss di Altofonte, Domenico Raccuglia, è stato arrestato lo scorso novembre.  

IL CONTESTO (di LEANDRO SALVIA)

Ancora piombo per seminare morte nelle campagne fra Corleone e la Valle dello Jato. Una terra che non sembra trovare pace. Neanche dopo gli arresti eccellenti degli anni scorsi. E nemmeno dopo quelli più recenti delle cosche emergenti. C'è, infatti, ancora del sangue a macchiare di morte i campi. Stavolta sono quelli di contrada Borgo Schirò, a metà strada fra Corleone e San Cipirello.
L'ultimo omicidio risaliva al luglio del 2008. A finire sotto i colpi di fucile, in contrada Rubina a Corleone, è Giuseppe Palazzolo, un operaio forestale di 38 anni, ucciso al culmine di un banale litigio per questioni di confini. Con l'accusa di omicidio vengono arrestati Rosario Oliveri 32 anni ed il padre Leoluca di 70. Si intuisce subito che la mafia, almeno stavolta, non c'entra.

Storia diversa per altri due omicidi, quelli di Lo Voi e Vassallo, consumati invece una trentina di chilometri più in là, a San Cipirello e a San Giuseppe Jato.
E' il 2 agosto del 2006 quando viene ucciso in contrada Muffoletto Angelo Lo Voi, un pastore di 36 anni. Un'esecuzione che arriva al culmine di un'escalation di atti intimidatori: il 3 luglio, in contrada "Piano Piraino", era stato ucciso con un colpo di pistola in fronte il cavallo di un impiegato incensurato. Sei giorni dopo, in contrada "Balletto", pochi chilometri più in là, venivano tagliate 5 mila piante di pomodoro di due mezzadri sancipirellesi. Il 17 luglio finivano bruciati quattro mezzi edili di un ventisettenne imprenditore.

Le indagini dei carabinieri del posto, coordinati dalla compagnia di Monreale, portano un anno dopo agli arresti per estorsione del clan emergente dei Vassallo, conosciuti come i "birrichì". Una carriera criminale, la loro, cominciata dal basso: furti e ricettazione. Eppure fra il 2005 e il 2006 i cugini Salvatore, Giovanni Battista e Stefano vengono arruolati da Cosa nostra. I primi due balzano agli onori della cronaca nel 2005 perché "pizzicati" mentre coltivano canapa indiana. Finiscono in galera, ma per poco. Ed una volta fuori in paese comincia una lunga scia di intimidazioni. Tutto in meno di venti giorni, che precedono l'omicidio di Angelo Lo Voi. Nel gennaio del 2007 riprendono le intimidazioni: nel mirino finiscono imprese e commercianti. I cugini Vassallo godono adesso della protezione di un Brusca, Giuseppe, detto bufalo. Ma sono violenti e troppo spregiudicati. Così Giovanni Battista e Stefano, il 18 maggio del 2007, finiscono in manette. Per Salvatore, considerato il capo, il 10 giugno dello stesso anno arriva invece la sentenza di morte del tribunale di Cosa nostra. Le indagini dei carabinieri sveleranno in seguito che ad uccidere Lo Voi erano stati proprio i Vassallo.

Nel dicembre del 2008 altre indagini delle forze dell'ordine e magistratura portano a nuovi arresti. Nell'ambito dell'operazione denominata "Perseo", fra San Cipirello e San Giuseppe Jato, finiscono in manette Gregorio Agrigento, Antonino Alamia, Giuseppe Caiola, Gaspare Di Maggio, Salvatore Mulè, Giuseppe D'Anna e Giovan Battista Licari. Secondo gli inquirenti erano i referenti della vecchia Cosa nostra che tentava di riorganizzarsi. Con una differenza: parlavano troppo al telefono. E così sono stati scoperti. Ed in una delle intercettazioni potrebbe esserci anche la chiave per svelare l'omicidio di Vassallo. (*LEAS*GDS DEL 12 gennaio 2010)

LE REAZIONI FRA CORLEONE E LA VALLE DELLO JATO
(di LEANDRO SALVIA e COSMO DI CARLO)

Dopo l'omicidio dell'imprenditore Nicolò Romeo c'è una sola parola d'ordine fra i sindaci del Consorzio Sviluppo e Legalità: "Non abbassare la guardia". Ma il colpo è duro da incassare. Di quelli che rischiano di mandare al tappeto. Anche se per anni si è tentato di allenare il territorio nella palestra della legalità. Un morto ammazzato fa notizia, fa paura e fa tornare indietro di decenni. Gli stessi in cui i Corleonesi di Totò Riina incutevano timore seminando morte. Per capirlo ieri mattina bastava entrare in uno dei tanti bar di Corleone, San Giuseppe Jato o San Cipirello. Alle prime ore del giorno c'erano solo facce immerse nelle cronache che raccontavano la morte. Quella di un imprenditore ricco e conosciuto in tutta la provincia di Palermo, dove arriva la produzione di uova e carne della famiglia Romeo della ditta Alizoo.

"L'omicidio dell'imprenditore è un messaggio devastante per tutte le attività produttive della zona. E' il segnale che Cosa nostra è ancora presente", sottolinea Tonino Giammalva, sindaco di San Cipirello e presidente del Consorzio che lega i Comuni del territorio sotto la bandierà della legalità. "Nel mio Comune, oltre al protocollo di legalità, abbiamo approvato un regolamento che prevede una dichiarazione da parte delle imprese che partecipano alle gare: dovranno mettere per iscritto che non pagano il pizzo". L'azienda Alizoo, di Salvatore Romeo, fratello della vittima, fino al dicembre del 2007 aveva una convenzione col Comune di Corleone per la macellazione. L'accordo saltò quando in consiglio comunale l'opposizione chiese l'applicazione del protocollo di legalità. All'inizio del 2006 il nome dell'imprenditore erano finito, infatti, fra le pagine dell'operazione denominata "Gotha". Secondo gli investigatori, l'imprenditore di Altofonte avrebbe chiesto l'intercessione del boss Nino Rotolo per avere uno sconto sul pizzo di 30 mila euro da pagare agli uomini di Bernardo Provenzano. La mediazione non ebbe successo e lo sconto non venne applicato.

E da Corleone arriva anche la reazione del primo cittadino Nino Iannazzo: "E' preoccupante che si verifichi nel nostro territorio un omicidio così efferato che dimostra quanto ancora le cosche costituiscono un pericolo per la collettività - ha dichiarato il sindaco-. Questo omicidio stride con la Corleone che esprime ogni giorno la volontà di cambiare con atti concreti; ed è in questo momento che diciamo con forza che indietro non si torna. Lo diciamo insieme ai giovani che lavorano sui terreni confiscati ai boss, beni che il comune ha tempestivamente assegnato alle cooperative sociali". Nei giorni scorsi Nino Iannazzo, dopo l'attentato alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria aveva inviato un messaggio di solidarietà ai magistrati impegnati nella lotta alla "ndrangheta". Michele Prestipino e Giuseppe Pignatone , come si ricorderà sono.cittadini onorari di Corleone dal 2006 così come il P.M. Marzia Sabella che ieri ha effettuato la ricognizione sul luogo del delitto di Nicola Romeo nei pressi di Borgo Schirò. Proprio ieri era arrivata la risposta di Michele Prestipino, che ha espresso "apprezzamento per quanto state facendo" .

L'obiettivo di tutto il Consorzio è educare, soprattutto i più giovani, a ribellarsi alla mafia. "La stessa mattina dell'omicidio stavamo incontrando delle scolaresche per ricordare il piccolo Giuseppe Di Matteo - racconta Giammalva- . Avevamo ribadito alcuni concetti come la legalità e i diritti". Al suo fianco, insieme al presidente della Provincia Giovanni Avanti, c'erano anche i colleghi di Altofonte, San Giuseppe Jato, Monreale e Roccamena. "Serve una forte reazione da parte della società civile - afferma Giuseppe Siviglia, primo cittadino jatino -. I nostri concittadini devono comprendere quanto sia utile avere fiducia e collaborare con le istituzioni". Concetti su cui nel territorio si lavora da anni. Lo stesso territorio che però non smette di fornire aspiranti capi o semplice manovalanza all'impresa Cosa nostra.
(*leas-codi*gds del 13 gennaio 2010) 

(segue...) 

 
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