Sparò ai rapinatori, assolto Siviglia PDF Stampa E-mail
Giovedì 05 Novembre 2009 00:03

siviglia_nuova_foto_leasLa quinta sezione penale della Cassazione ha assolto dall'accusa di lesioni volontarie il sindaco di San Giuseppe Jato Giuseppe Siviglia, condannato in primo e secondo grado con l'accusa di avere sparato al rapinatore che, assieme a dei complici, gli aveva sottratto 3.500 euro. I supremi giudici hanno ritenuto la "legittima difesa putativa" e hanno stabilito che il fatto a lui attribuito non costituisce reato.

La sentenza accoglie le tesi degli avvocati Enzo Fragalà e Loredana Lo Cascio. Il 4 dicembre 2005 Siviglia, comproprietario di alcuni noti cinema a Palermo, era stato aggredito al suo rientro a casa, a San Giuseppe Jato, e rapinato dell'incasso della serata. Secondo la versione difensiva, aveva preso la pistola (che deteneva e portava legalmente) e sparato sui banditi, perché aveva temuto che potessero fare del male ai familiari. La tesi dei legali non aveva convinto i giudici di merito: Siviglia aveva avuto due anni e mezzo in primo grado e dieci mesi in appello.

Il giudice monocratico e la Corte d'Appello lo avevano ritenuto colpevole, adesso la sentenza dei supremi giudici. «Ho sempre creduto nel diritto e nella giustizia - ha commentato Siviglia -, la Cassazione annullando le due sentenze ha riconosciuto la mia buona fede e il mio diritto a difendermi. Le sentenze illegittime e sbagliate che mi avevano condannato da innocente erano il rovescio del diritto».

L'avvocato Enzo Fragalà che ha difeso Giuseppe Siviglia in tutti i tre gradi del processo ha aggiunto: «Sono stato sempre convinto della sussistenza della legittima difesa e del comportamento esemplare del sindaco che ha voluto con la sua reazione evitare che i tre rapinatori aggredissero i suoi congiunti portando il gravissimo delitto già commesso alle estreme conseguenze. La sentenza di oggi - ha concluso il legale - rassicura tutti i cittadini onesti che di fronte al crimine ogni cittadino ha diritto a difendersi e a reagire».

"Ci saranno dei giudici a Roma - aveveva detto Siviglia dopo la condanna in appello - nella suprema corte di Cassazione che riconosceranno il mio diritto come quello di qualsiasi altro cittadino onesto e perbene di reagire a propria difesa di fronte alla minaccia, alla violenza ed alla ingiustizia che, nel mio caso, mi ha colpito due volte: prima per mano dei rapinatori poi in nome di un popolo italiano che, certamente non si riconosce in questa sentenza". Parole che oggi, dopo la sentenza di assoluzione, appaiono quesi "profetiche"

 fonti varie ed archivio Leas-ValleJato

 

 
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