di rabdom » 27/12/2009, 13:39
Ecco qualcosa che non fa male conoscere!
L'articolo è tratto da "Siciliainformazioni.com"
Inchiesta/1. La Procura di Palermo a caccia degli intoccabili
La mafia dei "colletti bianchi" ha le ore contate?
di Ignazio Panzica
22 dicembre 2009 11:44
La notizia è tenuta celata quanto e più dei lingotti d’oro di Stato a Fort Knox. La Procura di Palermo - supportata, in parte, parrebbe, anche da quella di Milano - starebbe per mettere le mani sulla “mafia palermitana dei colletti bianchi”. Quelli che negli ultimi 16 anni – dopo l’arresto di Totò Riina nel 1993 - sono diventati potenti, e ricchissimi. I riciclatori, insomma. Inchieste avviate, pare, alle ultime settimane di lavoro che abbatterebbero fortune di centinaia di milioni di euro di beni e patrimoni esposti al sole.
Nomi eclatanti. Quegli stessi che da tempo hanno sottratto “la titolarità della gestione strategica” delle attività mafiose, in Sicilia, ai vari Riina e Graviano, continuandole senza mai doversi pubblicamente “sporcare le mani”. Gli è andata tanto bene sin’ora che si sono convinti, nel volgere dell’ultimo decennio, di essere divenuti degli intoccabili. Quelli che per 16 anni hanno avuto l’occasione, e la disponibilità, di poter influenzare la vita della società siciliana, i suoi flussi di sviluppo, talune sue scelte politiche, il tono della sua condizione economica. Come si direbbe usando un linguaggio sociologico: “quelli che si sono sentiti arrivati, perché sono riusciti a farsi Stato”.
La “direzione strategica” di questa “nuova mafia” nel suo “nocciolo duro di comando”, non è composta da aspiranti killer o provetti “estortori del pizzo”; da giovanottoni alla Nicchi per capirci. Ma da poco meno di una decina di leaders: commercialisti affermati, imprenditori salottieri, avvocati attaccati allo scoglio del Tribunale di Palermo, esponenti della pubblica amministrazione; tutti, possibilmente, con la tessera “Alitalia frecce alate” in tasca e fedina penale immacolata. Gente che ha quale comune denominatore tre caratteristiche precise: una laurea, un ruolo professionale di pubblica visibilità, magari apprezzato, una condizione sociale “prestigiosa ed insospettabile” o circa quasi.
Sarebbero gli eredi, diretti o indiretti, del famoso e complesso, “sistema Vito Ciancimino” che ha accompagnato, ed a volte deviato, la società palermitana, e la sua borghesia, negli ultimi 40 anni.
Vi starete chiedendo se vi siano nuovi pentiti che orientano le indagini della magistratura? Niente nuovi pentiti. Niente dichiarazioni del tipo “quello mi disse che gli avevano detto” oppure “mi ricordo che forse”, a cui da decenni siamo stati abituati. Niente di tutto questo. Stiamo parlando di attività investigative che si sono avvalse dell’oggettivo aiuto di una nutrita pattuglia di mafiosi doc, o erroneamente reputati tali, che parlando con i magistrati da testimoni in diversi procedimenti giudiziari hanno indicato fatti e circostanze precise, reticoli societari, interessi espliciti sin’ora mai considerati. Così sono comparsi riscontri puntuali, talvolta documentali, giungendo spesso a consolidare prove inoppugnabili. Stiamo parlando di un “colpo di fortuna” degli investigatori che si sono ritrovati in mano “imprevedibili” esiti di intercettazioni ambientali che, oltre a confermare relazioni dirette tra mondi che non dovrebbero aver alcun rapporto, esplicitamente parlano da sole.
Stiamo parlando della “madre di tutte le attività mafiose”: il riciclaggio. Della sua capacità di egemonizzare indirettamente, per le stesse micidiali dimensioni finanziarie del fenomeno, l’intera società siciliana. Quantomeno, una parte significativa del suo comparto economico. Creando un contesto anti-sviluppo, sulla base del teorema noto, e concreto, che la cattiva moneta, benché non puzzi, scaccia però la buona moneta e la buona economia; e poi anche la buona politica.
Ma che è successo ? Cosa ha provocato questo terremoto nell’universo mafioso siciliano?
Spieghiamo il contesto. Intanto, la "mafia tradizionale" e le relative propaggini territoriali, di borgata o dei paesini dell’interno, come anche la “zona grigia economica di contorno”- egemonizzata dai “corleonesi di Riina” (tra gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90) - in questo ultimo decennio è stata messa al tappeto dalle indagini delle varie forze di polizia. Ma in questa azione di repressione, gli schiaffoni sono arrivati sempre e solo a loro. Mai, ai loro interlocutori e complici, professionisti o politici. Anzi, hanno assistito alla crescita di un “nuovo potere mafioso” nell’edilizia e nel commercio, nelle nuove attività economiche riconducibili all’energia ed ai servizi a rete primari (anzitutto i rifiuti), ma anche nella pubblica amministrazione. La tradizionale base mafiosa si è vista ricacciare nel ghetto dello spaccio di droga o delle estorsioni ai commercianti. E neanche di tutti, perché una zona del commercio palermitano è nelle mani dei “riciclatori”, e pertanto i loro “fiduciari”sono “soggetti esenti dal pizzo all’origine”.
“Questi nuovi mafiosi”, cresciuti coevamente alla svolta epocale della cosiddetta “seconda Repubblica”, oltre a rubare ai cittadini ed allo Stato, pretendono pure di gestire in esclusiva i proventi delle attività illecite. Quando scattano i blitz antimafia della magistratura, sono però sempre i soliti “tasci” ad andare in carcere, possibilmente al 41 bis; a subire un trattamento durissimo e magari il sequestro dei loro beni di media portata, finendo con tanto di foto segnaletica sulle pagine di cronaca nera, senza alcun riguardo. Mentre i “nuovi mafiosi”, straricchi, compaiono per lo più sui giornali patinati, immortalati a concionare come si deve vivere in modo glamour, in ville hollywoodiane o su natanti da urlo.
È stato Bernardo Provenzano l’uomo che da gennaio 1993 (dall’arresto di Riina) ad aprile del 2006 (data del suo arresto) ha permesso, e curato, “il travaso” di questi nuovi equilibri di potere da una “tradizionale genìa mafiosa” ad “un'altra di nuova”. Provenzano è stato “l’ingegnere” che ha creato gli “interfaccia” di flusso economico e criminale tra i due mondi. Quello “che opera normalmente clandestino”, e quello che “indossa giacca e cravatta”; curando che il primo finanziasse e servisse al secondo, senza però doverlo compromettere mai.
Così, anche i gradi intermedi delle strutture mafiose, in questi 16 anni, hanno subito un avvicendamento epocale. Per fare carriera mafiosa non erano più pregiudiziali i rapporti di “consaguineità familiare” o il coraggio materiale. Si sono, così, “inventati” centinaia, migliaia di provoloni senza arte ne parte dalla mattina alla sera, trasformati in commercianti, imprenditori, professionisti, di “successo”; con tanto di Suv o mercedes, villa con piscina, studio professionale rinomato, talvolta anche con fulminante carriera pubblica, di dirigente pubblico.
Michele Greco era riuscito a fare accettare i “picciotti”, borgatari e paesani delle “famiglie”, dentro i salotti borghesi, e persino dentro la massoneria ufficiale. Da tanti anni dentro il GOI (Grande oriente d’Italia) il potere economico e mafioso non c’è più; la massoneria ufficiale non conta più nulla. Oggi c’è una “nuova massoneria segreta”, cresciuta negli ultimi 16 anni, articolata in “logge coperte”, organica solo al potere dei nuovi “colletti bianchi” che vogliono comandare sulla società siciliana.
Così, gli esponenti della "mafia tradizionale" sono avviliti e ristretti al 41 bis e, talvolta, da problemi economici nella gestione delle famiglie “fuori”. Mentre, i presunti alleati imprenditoriali, professionali e politici, scialacquano “a tinchitè”, o addirittura si crogiolano sui giornali ad impartire pubbliche lezioni di morale antimafiosa. Leonardo Sciascia faceva dire al padrino mafioso del suo “Giorno della civetta”: “si può dormire la notte, quando un uomo è stato così grandemente offeso ed umiliato”.
È quello che devono aver pensato e provato gli esponenti della mafia tradizionale. Non è escluso che il massiccio arrivo a Palermo di poco meno di un migliaio degli “sconfitti ex scappati” (legati alle famiglie italoamericane Inzerillo e Gambino) della guerra di mafia degli anni ’80, possa aver avuto un ruolo di “moral suasion” nello stimolare questa rivolta della vecchia mafia contro “la nuova dai colletti bianchi”. Che, attenzione, è sempre esistita, ma canonicamente godeva di una certa marginalità e sempre dai vecchi boss, prima o poi, doveva “passare”. Oggi, invece, “i colletti bianchi” sono diventati, autonomamente in proprio, “il potere mafioso degli anni 2000”.
Intanto, gli ex scappati - tornati dagli USA - comprano esercizi commerciali a rotta di collo. Aprono imprese edili e finanziarie. Così, “sistemano amici carissimi” con un posto di lavoro, salvano economicamente questa o quest’altra “famiglia”, togliendoli dalla illegalità criminale militante, quella che porta dritto, prima o poi, in carcere ed alla rovina. Stanno occupando, fisicamente, ma pacificamente, il territorio palermitano. Zona per zona, in borgata o al centro città. Aprendosi la strada non con le armi da fuoco, ma a colpi di dollari e di euro. Operando, legalmente, come fanno i cinesi: se qualcuno gli vuole resistere, non vuol vendere, loro alzano l’offerta economica; a patto che ti togli dai piedi. Stante la crisi economica montante, anche i più duri si fanno quattro conti, incassano e spariscono: a vita privata, in pensione, o vanno via da Palermo.
Ha scritto Attilio Bolzoni su “la Repubblica” del 7 Dicembre scorso: “Raccontano a Palermo che ci sono sei o sette personaggi, tutti liberi, che sono quelli che oggi comandano. Alti burocrati della Regione legati ai boss della Cupola in carcere, commercialisti famosi, ex uomini politici di medio livello e di una certa notorietà che hanno sempre avuto agganci con la mafia che spara, un avvocato, un paio di ingegneri che sono i ras degli appalti pubblici. Tutti loro sono in contatto - almeno dal 1992 - con uomini dei «servizi», trafficanti internazionali, banchieri, maestri della massoneria segreta. I nomi di questi personaggi a Palermo vengono appena sussurrati. Fanno paura come una volta faceva paura Totò Riina. Poi ci sono quelli di confine, quelli che stanno su una pericolosa linea grigia. Misteriosi uomini che si aggirano oggi per i palazzi del potere siciliano”.
Si racconta pure di un altro dirigente pubblico regionale, originario di un paesino della provincia, sinora mai chiacchierato pubblicamente, che addirittura sei anni fa sarebbe stato legato per larghe vie al vecchio clan dei Cuntrera, fornendogli "paesanotti" come corrieri della droga.
I Cuntrera sono quelli del grande traffico internazionale di cocaina dal Sudamerica, che “si sono tanto sacrificati” per supportare l’ascesa internazionale dei Caruano. L’unica “famiglia” siciliana ancorata stabilmente nello star system del potere mafioso ed economico internazionale. Ma si racconta anche di una pattuglia di giovani imprenditori rampanti, che punterebbero in rappresentanza di talune famiglie mafiose dei paesini dell’hinterland palermitano a mettere le mani sull’intero mercato edilizio privato della città, subentrando al vecchio “sistema Ciancimino”.
Si spiegherebbe, perciò, perché Massimo Ciancimino non tace neanche su quel “vecchio sistema di potere” che pur sempre porta tradizionalmente il suo cognome di riferimento. Anzi, diventa comprensibile, come mai stia dando una mano ad affondarlo, con la sua volontaria e “non contrattata collaborazione” con i magistrati. Massimo si è rotto le scatole di dover passare per “Ciancimino cattivo”, mentre “questi altri” gli fanno la morale o lo linciano nei salotti o nei “circoli bene” della città. Con la solidarietà di troppi borghesi, che sono rimasti, o diventati, tali e stimati, solo dopo essersi arruffianati, per anni ed anni, Vito Ciancimino. Tutti sciocchi ed ipocriti che non si sono resi conto di sfidare così la lucida e “documentatissima” memoria di Massimo.
E pare che questa pattuglia di “rampanti imprenditori quarantenni” che - talvolta straparlano persino di antimafia e di legalità senza mai avere denunciato una sola possibile estorsione ai loro danni come, purtroppo, è normale accada a Palermo – da cinque anni si è organizzata per “sequestrare” il settore immobiliare a Palermo. La Procura ha già aperto due o tre inchieste su questi “superfurbi”, destinate, prima o poi, a convergere tra loro. L’ipotesi di reato di partenza è, ovviamente, quella del “riciclaggio di capitali provenienti da attività illecite”.
Il percorso giudiziario segue parallelamente l’altro “filone originario” dell’indagine sul riciclaggio che nel 2005 aveva messo sotto accusa la coppia imprenditoriale – con un passato pure ai vertici palermitani e siciliani di Confindustria - “Fabio Cascio Ingurgio e Giuseppe Costanzo”. Una inchiesta, poi, archiviata nell’ottobre del 2008, ma che non ha chiuso né il filone, né l’esigenza di approfondirne le condizioni del contesto, anche in seno alla stessa Confindustria siciliana. Spiegano gli inquirenti che costoro hanno ripreso il tentativo di costituire un “cartello societario monopolista”dei lavori edili e delle costruzioni, spazzando via ogni possibile concorrente sul mercato palermitano; persino, ora manovrando i “picciotti del pizzo”, ora strumentalizzando l’antimafia. Ma hanno strafatto. Non hanno capito che l’unica garanzia a tutela del loro “anonimato criminale” era l’omertà figlia dell’esistenza di un sistema mafioso e paramafioso a guida autoctona e sapientemente centralizzato. Cosa che non è più. Perché?
Ormai il sistema mafioso tradizionale a Palermo è squinternato, a pezzi, umiliato e senza una guida. Soprattutto in rivolta contro “i colletti bianchi”. O più semplicemente, negli ultimi dieci anni il conteso socio-economico che aveva a vario titolo omertosamente “coperto” l’incedere mafioso dei “colletti bianchi” è cambiato. Con naturalezza abbiamo assistito all’arrivo del terzo millennio, pure in Sicilia. Siamo di fronte a tanta gente che di questo contesto omertoso di supporto non vuole né far parte, né più recitare il ruolo, da copione predeterminato, di quelli che debbono impersonare i cattivi, e debbono necessariamente vivere come tali.
Seguendo una logica implacabile, Massimo Ciancimino, a nome suo e, involontariamente, di tanti altri in via di dissociazione civile, ripete ai suoi interlocutori: “L’unica cosa che mi ha trasmesso mio padre è la correttezza”.
Come dire: vivi e lascia vivere. Altrimenti, fargliela pagare.