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Da delinquenti comuni ad "esercito" di Cosa nostra

di LEANDRO SALVIA
SAN GIUSEPPE JATO. Nella carriera criminale i cugini Vassallo sono partiti dal basso: furti e ricettazione. In paese sono conosciuti come i "birrichì", per via di una vecchia ‘nciuria affibbiata al nonno. Fino a qualche anno fa si diceva che i Brusca non si sarebbero mai potuti fidare di loro.

Uno zio, Giovanni Battista, finì perfino nel buco nero di una lupara bianca. In famiglia anche un condannato per pedofilia. Eppure fra il 2005 e il 2006 i cugini Salvatore, Giovanni Battista e Stefano vengono arruolati da Cosa nostra. I primi due balzano agli onori della cronaca nell'ottobre del 2005 perché "pizzicati" dai carabinieri mentre coltivano canapa indiana. Finiscono in galera, ma per poco. Ed una volta fuori si intuisce che è cambiato qualcosa.

In paese comincia, infatti, una lunga scia di intimidazioni. Un cavallo ucciso, una coltivazione distrutta e i mezzi di un'impresa dati alle fiamme. Tutto in meno di venti giorni, che precedono l'omicidio di Angelo Lo Voi, la mattina del 2 agosto. L'arma usata per uccidere il pastore è la stessa che ha sparato al cavallo. I fondi agricoli teatro degli episodi criminali distano tra loro pochi chilometri. Sono gli stessi in cui i carabinieri ritrovano le piantagioni di marijuana.

Nel gennaio del 2007 riprendono le intimidazioni: nel mirino finiscono imprese e commercianti. Talvolta capitava pure che a ricevere "i messaggi" fosse il nuovo clan emergente: a Giovanni Battista Vassallo bruciano due auto. A Tommaso Lo Forte il portone dell'impresa. Il 10 giugno, per Salvatore Vassallo, arriva invece la condanna a morte.
Soddisfazione per gli arresti di ieri è stata espressa dal sindaco Giuseppe Siviglia e dal presidente del consiglio Alessandro Costanza. (*LEAS*)
LEANDRO SALVIA

G.D.S. del 25 non 2009

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