Categoria: Notizie generiche Data pubblicazione Scritto da Leandro Salvia Visite: 372
PIERLUIGI BASILE
Riaffiora da una delle pagine buie del nostro passato una storia tragica, quella degli Imi, gli Internati militari italiani, i 650 mila soldati "traditori" che rifiutarono l' adesione alla Repubblica sociale finendo nei lager tedeschi, traditi a loro volta dalla patria collassata l' 8 settembre 1943. Recenti studi hanno restituito al presente i loro racconti e le loro tracce, fatte di lettere, fotografie, lontani ricordi di infinite sofferenze.
Tra questi il libro di un disegnatore palermitano, Marco Ficarra ( Stalag XB, edizione BeccoGiallo), che narra la vicenda di un familiare, internato militare appena ventenne, in una originale e ben riuscita mescolanza di fumetto e ricostruzione storico-biografica. La riscoperta delle lettere che il protagonista (Gioacchino Virga) inviava alla famiglia in Sicilia dal campo di prigionia, insieme ai suoi appunti e alla corrispondenza che riceveva dai familiari, hanno offerto le fonti per raccontare una giovane vita inghiottita come tante dalla catastrofe mondiale. Il grigio cupo e sporco dei disegni, fa da sfondo alla triste guerra di una generazione che la retorica del regime aveva allevato per combattere e la realtà del conflitto aveva presto disarmato e vinto.
Di fronte alle pesanti sconfitte subite nei campi di battaglia, la nostalgia di casa prende il sopravvento sui militari come Gioacchino che trascorrevano le giornatea racimolare una stentata razione di cibo e ad attendere notizie e viveri dai cari lontani. Poi arriva l' 8 settembre, la notizia dell' armistizio comunicata via radio veniva accolta al fronte con una grande esplosione di gioiae tanta apprensione. Per migliaia di militari si apriva infatti un' odissea senza fine. Dopo essere stati disarmati dagli ex alleati tedeschi e stipati come bestie in vagoni sigillati il soldato Virga e i suoi compagni dalla Grecia raggiunsero i campi di concentramento in Germania e Polonia. Stalag Xb era il nome di uno dei campi dove gli internati italiani vissero reclusi, puniti per avere rifiutato di seguire il vecchio dittatore, trattati peggio dei prigionieri di guerra.
Così abbandonati dalle autorità fasciste e sottomessi ai nazisti i "porci badogliani" - come venivano chiamati - vennero presto impiegati in duri lavori industriali e agricoli e nelle miniere, e dovettero subire anche il freddo e la fame. Per sfuggire al suo incubo il soldato siciliano prese così ad appuntare i suoi desideri su pezzetti di carta che aveva intitolato "piatti prelibati". Pane, fichi, olive, frittelle, il cibo della sua terra che attendeva oltre il filo spinato. Non bastavano le illusioni però a saziare il suo stomaco e il suo cuore e Gioacchino morì lontano da casa insieme a 45 mila schiavi italiani come lui.
fonte Repubblica — 10 ottobre 2009  pagina 16  sezione: PALERMO